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Aggiornato: 29 min 5 sec fa

Un appello dei sindacati scuola e del mondo dell’associazionismo scolastico per fermare la regionalizzazione del sistema di istruzione

Ven, 15/02/2019 - 14:44
I sindacati scuola e il mondo dell’associazionismo, con un appello diffuso oggi 15 febbraio, esprimono il loro più netto dissenso riguardo alla richiesta di ulteriori e particolari forme di autonomia in materia di istruzione avanzata dalle Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, a cui sono seguite quelle di altre regioni. Si tratta di un’ipotesi che pregiudica la tenuta unitaria del sistema nazionale in un contesto nel quale già esistono forti squilibri fra aree territoriali e regionali. I diritti dello stato sociale, sanciti nella Costituzione in materia di sanità, istruzione, lavoro, ambiente, salute, assistenza vanno garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.
E' un appello alla mobilitazione rivolto al mondo della scuola e alla società civile per fermare un disegno politico disgregatore dell’unità e della coesione sociale del Paese.
L'appello sarà oggetto di discussione in tutti i luoghi di lavoro e si definiranno anche modalità di raccolta delle adesioni per quanti, singoli o associazioni, intendessero sottoscriverlo.

Furlan su autonomia: scuola sia elemento unificante del Paese

Ven, 15/02/2019 - 14:24
(ANSA) - NAPOLI, 15 FEB - "Il tema dell'autonomia, così come fino adesso appare, non dà garanzie sulla tenuta solidale di cui le comunità hanno bisogno. Siamo un unico Paese". Cosi' il leader della Cisl Annamaria Furlan, a Napoli per un convegno sulla giustizia minorile. "L' autonomia - ha spiegato rispondendo ai cronisti sul fenomeno della dispersione scolastica - è prevista dalla Costituzione italiana su alcune competenze e credo possa essere al contrario molto positiva, di stimolo alla crescita e alla responsabilizzazione, al protagonismo delle regioni e degli enti locali. Ma sul tema dell'ordinamento scolastico - ha sottolineato - credo che l'Italia debba continuare a essere una assolutamente. Il tema della scuola è unificante in un Paese. Quindi dobbiamo stare molto attenti su come coniugare l'istruzione con l'autonomia. È un tema delicatissimo".
"Credo - l' auspicio del segretario della Cisl - che si debbano aprire confronti non solo con le tre regioni interessate e con le forze sociali, perchè la scuola è elemento educativo unificante di un paese. Attraverso la scuola facciamo gli italiani e le italiane e questo deve essere tenuto molto presente dal legislatore". (ANSA)

CISL: intese regionali non indeboliscano solidarietà e unità nazionale

Gio, 14/02/2019 - 20:12
La Cisl ritiene che le intese per l’autonomia differenziata delle regioni, all’esame del Consiglio dei Ministri di oggi, nell’ambito del legittimo percorso previsto e regolato in Costituzione dall’articolo 116, non possono prescindere dalla coesione, dalla solidarietà e dall’unità nazionale, valori irrinunciabili per la Cisl, da porre a fondamento degli assetti istituzionali, per assicurare uno sviluppo equilibrato di tutte le aree del Paese e per garantire a tutti i cittadini e i lavoratori, diritti fondamentali, come l’istruzione, la sanità, il lavoro garantiti e tutelati dalla Costituzione”, sottolinea Ignazio Ganga, segretario confederale Cisl con delega alle riforme istituzionali. “In tal senso” continua Ganga “le anticipazioni delle ultime settimane in merito ai contenuti delle Intese, che nella giornata di ieri hanno visto un importante passaggio presso il MEF destano alcune preoccupazioni”.
La Cisl ritiene quanto mai necessario una profonda riflessione sul tema dell’autonomia, che non dovrà minimamente indebolire la coesione sociale dello Stato unitario e il sistema dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. In particolare dovranno essere evitate, nell’ambito delle nuove competenze regionali, scelte rispetto ai modelli lavoristici che derubrichino al valore del modello contrattuale basato sul contratto collettivo nazionale e sulla contrattazione decentrata. Viste anche le preoccupazioni e le resistenze che stanno mostrando diversi ministeri al trasferimento alle regioni di competenze su materie fondamentali per lo sviluppo la Cisl auspica una riflessione sui contenuti delle intese stesse, secondo un percorso che riteniamo debba essere quanto più possibile democratico e partecipato anche con l’apporto delle parti sociali”.

#iolavoroascuola. Il 12 marzo sit in dei precari davanti agli uffici scolastici regionali e territoriali

Gio, 14/02/2019 - 16:12
Le misure contenute nella Legge di Bilancio intervengono sul reclutamento del personale docente della scuola, introducendo non pochi elementi di novità che tuttavia non sono in grado di garantire un regolare avvio dell’anno scolastico.
Al fine di rimuovere alla radice una serie di criticità altrimenti destinate fatalmente a riproporsi, è indispensabile:
  • prevedere una fase transitoria finalizzata all’immissione in ruolo dei docenti già abilitati o con tre anni di servizio
  • consentire l’accesso alle procedure concorsuali per più classi di concorso
  • garantire l’istituzione di corsi di specializzazione su sostegno per tutti gli ordini di scuola in numero adeguato al fabbisogno
Già quest’anno, ultimate le operazioni di immissione in ruolo, sono rimaste scoperte ben 32.217 cattedre, pari a più della metà del contingente delle immissioni in ruolo 2018/19. A queste vanno poi sommati i 56.564 posti, tra organico di fatto e deroghe di sostegno da attribuire con incarichi al 30 giugno, la cui ritardata attivazione ha avuto ripercussioni molto negative sull’ avvio dell’anno scolastico, tanto che ancora a novembre molte classi e molti studenti erano privi dei docenti in cattedra. Per effetto delle ulteriori cessazioni dal servizio conseguenti all’entrata in vigore del meccanismo di “quota 100” e dei problemi irrisolti in materia di reclutamento, l’anno prossimo la situazione tenderà ad aggravarsi: la scuola vivrà una vera e propria condizione di emergenza, con oltre 150.000 cattedre e oltre 24.000 posti ATA scoperti.
Ciò renderà assai difficile garantire il diritto allo studio degli studenti.
Per questi motivi il 12 marzo saremo in piazza insieme a migliaia di lavoratrici e lavoratori precari della scuola per chiedere:
  • un consistente piano di assunzioni dei docenti per coprire gli oltre 150.000 posti liberi che ci saranno dal 1° settembre 2019
  • una fase transitoria in cui stabilizzare il lavoro dei docenti già abilitati o con 3 anni di servizio (180x3)
  • misure che risolvano in modo chiaro e definitivo i problemi generati dalla vertenza dei diplomati magistrali
  • la stabilizzazione nell’organico di diritto dei 56.000 posti autorizzati tra organico di fatto e deroghe su sostegno su cui la scuola deve poter contare con continuità
  • appropriate misure volte a garantire a tutte le regioni del sud organici adeguati, con l’obiettivo di diffondere il modello pedagogico/organizzativo del tempo pieno
12 Marzo 2019 ore 15.30 #iolavoroascuola Sit in unitari di Flc CGIL - CISL Scuola - UIL Scuola RUA davanti a tutti gli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali Roma, 13 febbraio 2019
FLC CGIL - CISL SCUOLA - UIL SCUOLA RUA

Autonomia differenziata, progetti sbagliati e pericolosi: fermatevi. Dichiarazioni di Maddalena Gissi, segretaria generale CISL Scuola

Gio, 14/02/2019 - 10:47
È semplicemente inaudito. Mi chiedo in nome di quale popolo un governo che si definisce del popolo si appresti a manomettere il sistema nazionale d’istruzione, un percorso che va avanti da mesi alla chetichella, quasi di nascosto, come se si trattasse di una questione che si può risolvere solo con le regioni cosiddette interessate. Allora è il momento di dire che quando si stravolge un assetto i cui principi sono fissati dalla Costituzione a essere interessate sono tutte le Regioni, non solo quelle che rivendicano più autonomia, a essere interessato è l’intero Paese, che il governo del popolo ha deciso di tenere completamente ai margini, come rischia di avvenire per lo stesso Parlamento”.
Non usa mezzi termini la segretaria della CISL Scuola, Maddalena Gissi, nel riproporre il netto dissenso della sua organizzazione verso quella che ormai per tutti è definita la secessione dei ricchi. “L’abbiamo gridato in piazza sabato scorso, l’abbiamo chiesto a gran voce e lo voglio ripetere oggi, dopo il via libera del MEF a uno dei progetti, e dopo che il Governo ha messo all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri di oggi la ratifica di una delle intese con le tre regioni richiedenti l’autonomia differenziata: fermatevi. Rendete conto del vostro progetto al Parlamento e al Paese prima di mandarlo avanti, non dopo!
È incredibile – prosegue Maddalena Gissi - che si possa anche solo immaginare lo smantellamento di un sistema di istruzione pensato e voluto dai padri costituenti come fattore fondamentale di unità culturale e di uguaglianza fra i cittadini. Come si fa a non vedere la pericolosità di un progetto destinato ad accentuare disuguaglianze e squilibri che purtroppo già esistono e andrebbero per questo aggrediti e ridotti con più decisione, proprio facendo leva, fra l’altro, su un sistema di istruzione unitario e nazionale? Non possiamo assistere in silenzio alla balcanizzazione del sistema scolastico, in cui cambiano da una regione all’altra reclutamento e gestione del personale, composizione e competenze degli organi collegiali, possibilità di investimento che è invece indispensabile assicurare a tutti in una logica di garanzia delle pari opportunità”.
Il nostro dissenso nel merito è totale. Ma non c’è solo quello: abbiamo fortissimi dubbi anche sulla legittimità della procedura che si sta seguendo per dare più poteri alle Regioni, ben al di là di quanto consente l’art. 116 della Costituzione. Affronteremo anche questi aspetti in un nostro convegno che faremo mercoledì 20 febbraio a Roma, nel quale entreremo più puntualmente nel merito dei progetti in corso ma anche sugli aspetti di correttezza e legittimità del percorso in atto. Per quanto ci riguarda – conclude la segretaria della CISL Scuola - non ci limiteremo a contrastare nel merito un’operazione profondamente sbagliata e dannosa, destinata a dividere il Paese e il mondo della scuola: non esiteremo ad impugnare anche in sede di contenzioso legale decisioni che violano, a nostro avviso, principi fondamentali della Costituzione”. Roma, 14 febbraio 2019

9 febbraio 2019, una grande giornata di partecipazione e di democrazia, e anche una bella lezione di stile

Lun, 11/02/2019 - 19:22
È stata davvero una giornata straordinaria quella vissuta sabato 9 febbraio. Una manifestazione imponente, tanto che non è bastata piazza San Giovanni a contenere un numero di partecipanti andato oltre ogni previsione. La sensazione che la voglia di esserci stesse progressivamente lievitando si era fatta ben chiara già qualche giorno prima, tanto da consigliare un cambiamento del luogo di confluenza del corteo, inizialmente stabilito a piazza del Popolo. Ma è sembrato proprio interminabile il fiume di persone che per tutta la mattina ha attraversato Roma, raggiunta con ogni mezzo da ogni parte d’Italia. Se ha fatto impressione l’enorme afflusso di manifestanti, ha colpito ancor di più la loro compostezza, con la quale hanno impartito una bella lezione di stile in una stagione che vede il dibattito politico sempre più dominato da superficialità, arroganza e non di rado insolenza. Un corteo coloratissimo, a tratti anche festoso, nonostante il peso delle situazioni difficili, non di rado dei veri e propri drammi di cui chi era presente ha voluto farsi espressione e portavoce. Una protesta determinata ma pacifica, energica ma mai violenta. Una dimostrazione palpabile di quale sia il valore della partecipazione e di quanto la rappresentanza sociale organizzata sia fattore di coesione e di democrazia. Lo hanno ricordato nei loro interventi conclusivi i tre segretari generali di CGIL, CISL e UIL, chiedendo al governo di aprirsi al confronto e al dialogo con le parti sociali, di non disperdere inutilmente energie in una interminabile campagna elettorale e di affrontare i problemi veri che il Paese ha di fronte, in un quadro di crescente difficoltà e preoccupazione.
Immagini e riprese video sono raccolti nella pagina del nostro sito dedicata alla manifestazione.
In una lettera inviata a tutta la dirigenza territoriale e regionale della CISL Scuola la segretaria generale Maddalena Gissi ha rinnovato il suo grazie e quello della segreteria nazionale per l'eccezionale impegno profuso in occasione della manifestazione, che dev'essere il punto da cui partire "per rilanciare in modo ancor più convinto e determinato l'importanza di una forte presenza del sindacato come fattore essenziale di coesione e di crescita per l'intera comunità". 

Autonomia differenziata e istruzione, seminario CISL Scuola il 20 febbraio

Lun, 11/02/2019 - 15:36
È dedicato a un approfondimento del tema "autonomia differenziata" in materia di istruzione il seminario formativo che vedrà coinvolta tutta la dirigenza territoriale della CISL Scuola mercoledì 20 febbraio p.v. all'Auditorium di via Rieti a Roma. Sotto esame le implicazioni di natura giuridica, politica e contrattuale, con interventi di Mario Ricciardi, già docente di diritto del lavoro e delle relazioni industriali all'Università di Bologna, Giuseppe Cosentino, esperto di politiche dei sistemi formativi, già Capo Dipartimento Istruzione del MIUR e Maddalena Gissi, segretaria generale CISL Scuola.
I lavori prendono avvio alle ore 9,30.

"Guardare il mondo con occhi nuovi". Una risposta alla povertà educativa. Convegno a Roma martedì 19 febbraio

Lun, 11/02/2019 - 13:29
Guardare il mondo con occhi nuovi” è il titolo del convegno promosso dalla CISL Scuola, insieme a IRSEF IRFED, che si svolgerà martedì prossimo, 19 febbraio, all’Auditorium di via Rieti a Roma. L’inizio dei lavori, che si protraggono per l’intera giornata e nel corso dei quali è atteso anche l'intervento del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, è previsto alle 10,30.
Con questa primo incontro, dedicato alla scuola dell’infanzia e ai primi due anni della scuola primaria, prende avvio una serie di tre convegni che metteranno al centro anche le problematiche delle successive fasi dell’età evolutiva, nella loro relazione con i corrispondenti segmenti del ciclo scolastico. Tre iniziative che compongono in modo articolato un progetto unitario, scrive Maddalena Gissi nella parte introduttiva del “quaderno” che verrà consegnato a tutti i partecipanti all’incontro del 19 febbraio; “Orizzonti” è il titolo che è stato scelto per segnare una linea di continuità fra i tre convegni, che la CISL Scuola ha voluto come momento di studio e orientamento utile e necessario per un sindacato che non si limiti a vivere alla giornata, improvvisando, ma sappia “fissare di tanto in tanto lo sguardo all’orizzonte per inquadrare meglio la complessa realtà che è chiamato a gestire, cercando punti di riferimento utili a orientare la direzione del proprio cammino”.
La fascia di età su cui si concentra l’attenzione nel primo convegno chiama in causa due differenti segmenti della nostra scuola (l’infanzia e i primi anni della primaria) che si caratterizzano per delle necessarie discontinuità e diversificazioni, ma devono garantire relazioni e coerenze necessarie ad assicurare quell’indispensabile compattezza, armonia ed equilibrio che deve avere un progetto formativo utile a sostenere un progetto di vita.
È ormai consapevolezza diffusa che si tratti di un’età in cui si pongono premesse decisive per futuri successi e insuccessi. La domanda di fondo da cui si parte è: quale uguaglianza di opportunità può esserci per dei bambini che partono in situazioni di pesante vantaggio sociale? È il cuore di ragionamenti che vanno sviluppati affrontando il tema della povertà educativa, questione che si riversa direttamente sul lavoro di scuola. “Questione che ci impegna e ci interroga – scrive ancora Maddalena Gissi - ma interroga, prima ancora le istituzioni, la politica, il sociale”. Non a caso il primo intervento del convegno, per tracciarne la linea di sviluppo, è stato affidato a Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, autore del libro “La maestra e il camorrista” il cui sottotitolo, “perché in Italia resti quel che nasci” descrive con sintesi efficacissima ciò che comporta l’assenza di mobilità sociale in un Paese nel quale i condizionamenti legati al proprio contesto familiare e ambientale si rivelano troppo spesso insuperabili. Un dato che mentre segnala un’emergenza sottolinea anche il ruolo fondamentale che la scuola rivolta ai primi anni di vita ha l’opportunità di giocare. “La povertà non è solo una questione di reddito – si legge in un altro passo dell’introduzione di Maddalena Gissi - e non si riduce alla sola componente economica. La conoscenza e la formazione sono beni immateriali, ma contano quanto, e a volte più, di quelli materiali. Le risorse culturali e riflessive, quelle etiche e la forza del carattere sono elementi utili alla realizzazione personale e alla piena cittadinanza”. E qui il discorso si estende dall’attenzione alle periferie urbane, così spesso teatro di squilibri sociali e disuguaglianze, alle periferie del mondo. A questo è dedicato il prologo del convegno, giocato con grande suggestione tra immagini, poesia e musica, mentre la sessione conclusiva rilancia la dimensione di un impegno cui va data continuità attraverso l’azione condotta in ambito professionale, sindacale, civile. È anche un modo per celebrare degnamente il trentennale, che ricade quest’anno, della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.
Chiusura dei lavori affidata alla segretaria generale della CISL Annamaria Furlan.

"Giorno del ricordo", il discorso del Presidente Mattarella

Dom, 10/02/2019 - 08:27
Di seguito il testo dell'intervento del Presidente della Repubblica alla cerimonia svoltasi al Quirinale il 9 febbraio, in occasione del "Giorno del ricordo", ricorrenza che si celebra oggi, 10 febbraio; istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, la ricorrenza vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale».
Benvenuti al Quirinale. Rivolgo un saluto al Presidente della Camera dei Deputati, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Presidente della Corte costituzionale e al Vice Presidente del Senato. Un ringraziamento a quanti sono intervenuti, contribuendo in maniera efficace a illustrare, a far rivivere e a comprendere il senso di questa giornata del Ricordo.
Celebrare il Giorno del Ricordo significa rivivere una grande tragedia italiana, vissuta allo snodo del passaggio tra la II guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente.
Mentre, infatti, sul territorio italiano, in larga parte, la conclusione del conflitto contro i nazifascisti sanciva la fine dell’oppressione e il graduale ritorno alla libertà e alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli Italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave.
Un destino comune a molti popoli dell’Est Europeo: quello di passare, direttamente, dalla oppressione nazista a quella comunista. E di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismi del Novecento, diversi nell’ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione, controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti.
Un destino crudele per gli italiani dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia, attestato dalla presenza, contemporanea, nello stesso territorio, di due simboli dell’orrore: la Risiera di San Sabba e le Foibe.
La zona al confine orientale dell’Italia, già martoriata dai durissimi combattimenti della Prima Guerra mondiale, assoggettata alla brutalità del fascismo contro le minoranze slave e alla feroce occupazione tedesca, divenne, su iniziativa dei comunisti jugoslavi, un nuovo teatro di violenze, uccisioni, rappresaglie, vendette contro gli italiani, lì da sempre residenti.
Non si trattò – come qualche storico negazionista o riduzionista ha voluto insinuare – di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni.
Tanti innocenti, colpevoli solo di essere italiani e di essere visti come un ostacolo al disegno di conquista territoriale e di egemonia rivoluzionaria del comunismo titoista. Impiegati, militari, sacerdoti, donne, insegnanti, partigiani, antifascisti, persino militanti comunisti conclusero tragicamente la loro esistenza nei durissimi campi di detenzione, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati, vivi o morti, nelle profondità delle foibe. Il catalogo degli orrori del ‘900 si arricchiva così del termine, spaventoso, di “infoibato”.
La tragedia delle popolazioni italiane non si esaurì in quei barbari eccidi, concentratisi, con eccezionale virulenza, nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945. Alla fine del conflitto, l’Italia si presentava nella doppia veste di Paese sconfitto nella sciagurata guerra voluta dal fascismo e, insieme, di cobelligerante. Mentre il Nord Italia era governato dalla Repubblica di Salò, i territori a est di Trieste erano stati formalmente annessi al Reich tedesco e, successivamente, vennero direttamente occupati dai partigiani delle formazioni comuniste jugoslave.
Ma le mire territoriali di queste si estendevano anche su Trieste e Gorizia. Un progetto di annessione rispetto al quale gli Alleati mostravano una certa condiscendenza e che, per fortuna, venne sventato dall’impegno dei governi italiani.
Certo, non tutto andò secondo gli auspici e quanto richiesto e desiderato. Molti italiani rimasero oltre la cortina di ferro. L’aggressività del nuovo regime comunista li costrinse, con il terrore e la persecuzione, ad abbandonare le proprie case, le proprie aziende, le proprie terre. Chi resisteva, chi si opponeva, chi non si integrava nel nuovo ordine totalitario spariva, inghiottito nel nulla. Essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria religione, la propria lingua era motivo di sospetto e di persecuzione.
Cominciò il drammatico esodo verso l’Italia: uno stillicidio, durato un decennio. Paesi e città si spopolavano dalla secolare presenza italiana, sparivano lingua, dialetti e cultura millenaria, venivano smantellate reti familiari, sociali ed economiche. Il braccio violento del regime comunista si abbatteva furiosamente cancellando storia, diversità, pluralismo, convivenza, sotto una cupa cappa di omologazione e di terrore. Ma quei circa duecentocinquantamila italiani profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti.
Ci furono - è vero - grandi atti di solidarietà. Ma la macchina dell’accoglienza e dell’assistenza si mise in moto con lentezza, specialmente durante i primi anni, provocando agli esuli disagi e privazioni. Molti di loro presero la via dell’emigrazione, verso continenti lontani. E alle difficoltà materiali in Patria si univano, spesso, quelle morali: certa propaganda legata al comunismo internazionale dipingeva gli esuli come traditori, come nemici del popolo che rifiutavano l’avvento del regime comunista, come una massa indistinta di fascisti in fuga. Non era così, erano semplicemente italiani.
La guerra fredda, con le sue durissime contrapposizioni ideologiche e militari, fece prevalere, in quegli anni, la real-politik. L’Occidente finì per guardare con un certo favore al regime del maresciallo Tito, considerato come un contenimento della aggressività della Russia sovietica.
Per una serie di coincidenti circostanze, interne ed esterne, sugli orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani, cadde una ingiustificabile cortina di silenzio, aumentando le sofferenze degli esuli, cui veniva così precluso perfino il conforto della memoria.
Solo dopo la caduta del muro di Berlino – il più vistoso, ma purtroppo non l’unico simbolo della divisione europea - una paziente e coraggiosa opera di ricerca storiografica, non senza vani e inaccettabili tentativi di delegittimazione, ha fatto piena luce sulla tragedia delle foibe e sul successivo esodo, restituendo questa pagina strappata alla storia e all’identità della nazione.
L’istituzione, nel 2004, del Giorno del ricordo, votato a larghissima maggioranza dal Parlamento, dopo un dibattito approfondito e di alto livello, ha suggellato questa ricomposizione nelle istituzioni e nella coscienza popolare. Ricomposizione che è avvenuta anche a livello internazionale, con i Paesi amici di Slovenia e Croazia, nel comune ripudio di ogni ideologia totalitaria, nella condivisa necessità di rispettare sempre i diritti della persona e di rifiutare l’estremismo nazionalista.
Oggi, in quei territori, da sempre punto di incontro di etnie, lingue, culture, con secolari reciproche influenze, non ci sono più cortine, né frontiere, né guerre. Oggi la città di Gorizia non è più divisa in due dai reticolati. Al loro posto c’è l’Europa, spazio comune di integrazione, di dialogo, di promozione dei diritti, che ha eliminato al suo interno muri e guerre. Oggi popoli amici e fratelli collaborano insieme nell’Unione Europea per la pace, il progresso, la difesa della democrazia, la prosperità.
Ringrazio gli ambasciatori di Slovenia, di Croazia e del Montenegro per la loro presenza qui, che attesta la grande amicizia che lega oggi i nostri popoli in un comune destino. Ringrazio l’on. Furio Radìn, Vice Presidente del Parlamento Croato, in cui è stato eletto come rappresentante della Comunità nazionale italiana di Croazia; e l’on. Felice Ziza, deputato all’Assemblea Nazionale Slovena, ove è stato eletto come rappresentante della Comunità nazionale italiana di Slovenia.
Desidero ricordare qui le parole di una dichiarazione congiunta tra il mio predecessore, il Presidente Giorgio Napolitano, che tanto ha fatto per ristabilire verità su quei tragici avvenimenti, e l’allora Presidente della Repubblica di Croazia Ivo Josipovi? del settembre 2011: “Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna. Essi non potranno ripetersi nell'Europa unita, mai più. Condanniamo ancora una volta le ideologie totalitarie che hanno soppresso crudelmente la libertà e conculcato il diritto dell'individuo di essere diverso, per nascita o per scelta”.
L’ideale di Europa è nata tra le tragiche macerie della guerra, tra le stragi e le persecuzioni, tra i fili spinati dei campi della morte. Si è sviluppata in un continente diviso in blocchi contrapposti, nel costante pericolo di conflitti armati: per dire mai più guerra, mai più fanatismi nazionalistici, mai più volontà di dominio e di sopraffazione.
L’ideale europeo, e la sua realizzazione nell’Unione, è stato - ed è tuttora - per tutto il mondo, un faro del diritto, delle libertà, del dialogo, della pace. Un modo di vivere e di concepire la democrazia che va incoraggiato, rafforzato e protetto dalle numerose insidie contemporanee, che vanno dalle guerre commerciali, spesso causa di altri conflitti, alle negazioni dei diritti universali, al pericoloso processo di riarmo nucleare, al terrorismo fondamentalista di matrice islamista, alle tentazioni di risolvere la complessità dei problemi attraverso scorciatoie autoritarie.
Molti tra i presenti, figli e discendenti di quegli italiani dolenti, perseguitati e fuggiaschi, portano nell’animo le cicatrici delle vicende storica che colpì i loro padri e le loro madri. Ma quella ferita, oggi, è ferita di tutto il popolo italiano, che guarda a quelle vicende con la sofferenza, il dolore, la solidarietà e il rispetto dovuti alle vittime innocenti di una tragedia nazionale, per troppo tempo accantonata.

Gli obiettivi della manifestazione condivisi dai sindacati scuola d'Europa ETUCE

Sab, 09/02/2019 - 07:56
Con una lettera inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al Ministro dell'Istruzione, Università e Ricera Marco Bussetti, le motivazioni e gli obiettivi della manifestazione del 9 febbraio sono fatti propri da ETUCE (European Trade Union Committee for Education), l'organizzazione cui aderiscono i sindacati scuola attivi in ambito europeo. Questo il testo della lettera: Caro Presidente (Conte),
Caro Ministro (Bussetti),
l’ETUCE rappresenta 132 sindacati per l'educazione e 11 milioni di personale educativo in 50 paesi d'Europa. ETUCE è un partner sociale nell'istruzione a livello dell'UE e una federazione europea dei sindacati all'interno della CES, la Confederazione europea dei sindacati. ETUCE è la
European Region of Education International, la federazione globale dei sindacati dell'istruzione.
Con questa lettera, ETUCE condivide le legittime preoccupazioni delle organizzazioni italiane (FLC-CGIL, CISL Scuola e UILSCUOLA) in relazione alla legge di bilancio 2019. È stata redatta senza alcuna consultazione delle parti sociali e di conseguenza rischia di espandere le
disuguaglianze esistenti, in particolare nell'educazione in Italia.
Siamo unanimemente impegnati a sostenere FLC-CGIL, CISL Scuola e UILSCUOLA e loro affiliati nella lotta contro gli attuali tentativi del governo di indebolire, tra l'altro, il sistema nazionale di istruzione pubblica, che ha finora garantito la coesione sociale e la crescita.
La regionalizzazione prevista consente alle regioni di trasferire fondi attraverso i prelievi locali che a loro volta sono destinati a ampliare il divario tra regioni ricche e povere. Inoltre, avendo piena autorità per elaborare piani di studio, le regioni possono compromettere non solo i processi negoziali sugli accordi collettivi, ma anche i diritti dei docenti e di altri membri dell'istruzione, ponendoli in posizioni disuguali tra loro.
ETUCE, che rappresenta 11 milioni di insegnanti e altro personale educativo in 51 paesi in tutta Europa, sostiene fermamente le argomentazioni delle sue affiliate e manifesta il suo sostegno alla manifestazione del 9 febbraio 2019 messa
in atto dalle dalle tre principali confederazioni italiane per protestare, tra l'altro, contro: misure inadeguate adottate per promuovere la crescita economica; mancanza di risorse per il rinnovo degli accordi collettivi nel settore pubblico; assenza di dialogo sociale; tentativi di rompere l'unità dello stato italiano attraverso la sua regionalizzazione. ETUCE vi invita a consultare le parti sociali per riconsiderare le scelte economiche di questa legge di bilancio 2019 ampiamente criticata dagli educatori e dai cittadini italiani che sono i primi a sopportarne le conseguenze negative. ETUCE continua a monitorare la situazione. Cordiali saluti, Susan Flocken direttore europeo

Rinnovo del contratto 2019-21, i direttivi unitari approvano le linee guida per la piattaforma

Ven, 08/02/2019 - 19:28
Rinnovare il contratto, rendere stabile il lavoro, bloccare ogni tentativo di regionalizzazione del sistema di istruzione: sono i temi centrali che i sindacati del comparto istruzione e ricerca porranno in evidenza nella manifestazione di domani a Roma. Appuntamento domani mattina alle 9.00 a Piazza della Repubblica. Nel corteo che si snoderà fino a piazza San Giovanni, lo striscione della scuola sarà al secondo posto dopo quello che aprirà la manifestazione.
Proprio per fare il punto dei temi che saranno al centro dell’azione sindacale dei prossimi mesi è stata convocata, oggi pomeriggio al Teatro Eliseo, la riunione degli organismi statutari nazionali di FLC CGIL, CISL FSUR, Federazione UIL SCUOLA RUA.
«Considerato che i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio per il 2019 riguardanti il sistema Istruzione e Ricerca sono largamente insufficienti, non prevedendo investimenti adeguati per potenziare e qualificare il sistema pubblico d’istruzione» – si legge nell’ordine del giorno approvato nel pomeriggio – «si ribadisce l’importanza dei contenuti della piattaforma rivendicativa unitaria posta alla base della manifestazione di domani per ottenere una svolta delle politiche economiche e sociali nel Paese».
La riunione di oggi segna un momento importante nella prospettiva del rinnovo contrattuale per il triennio 2019-21, il primo tra gli obiettivi evidenziati dai tre sindacati. Varate le linee guida per la definizione della piattaforma, che saranno portate in discussione sui luoghi di lavoro. Col nuovo contratto si punta a una significativa rivalutazione salariale e alla valorizzazione delle diverse professionalità, in direzione di un riallineamento con le retribuzioni dell’area euro. Sollecitano nel frattempo anche la rapida conclusione del contratto per la dirigenza, tuttora in attesa di firma definitiva.
In evidenza anche la richiesta di un piano di assunzioni che, a partire dalla garanzia di un’adeguata consistenza degli organici, contrasti efficacemente la precarietà, stabilizzando il lavoro in tutti i settori del comparto. È per questo indispensabile governare opportunamente anche la fase di passaggio tra vecchie e nuove modalità di reclutamento, per evitare che il prossimo anno scolastico veda un’ulteriore crescita dei rapporti di lavoro precari.
Il documento approvato oggi rilancia con forza il tema dell’unitarietà del sistema scolastico su tutto il territorio nazionale, in nome dell’universalità del diritto all’istruzione, contro ogni ipotesi di diversificazione e separazione del sistema scolastico (programmi, personale, risorse) su base regionale, che potrebbe indebolire l’unità nazionale accentuando gli squilibri già oggi riscontrabili tra le diverse aree territoriali. Al riguardo è annunciata un’iniziativa pubblica, con la quale si riaffermerà anche la valenza del contratto nazionale come fonte unitaria per la disciplina del rapporto di lavoro del personale che opera nel sistema dell’Istruzione, dell’Università e AFAM e della Ricerca nel nostro Paese.
Rafforzare il ruolo della scuola pubblica e del sistema nazionale di istruzione presuppone l’impegno, che i sindacati considerano indispensabile, ad assicurare un piano di forti investimenti pubblici in linea con la media dei paesi europei. «In questo quadro - ribadiscono gli organismi statutari di FLC Cgil, Cisl Scuola, Federazione Uil Scuola Rua - è necessario riaprire un ampio dibattito nel Paese e con la categoria sul modello di Istruzione e formazione che, fondando il principio educativo nei valori costituzionali, sulla libertà di insegnamento e di ricerca, assicuri a ogni persona un adeguato livello di istruzione come condizione di pieno esercizio della cittadinanza e promuova equità e giustizia concorrendo a rimuovere gli ostacoli di natura socio-economica, che, come afferma l’art. 3 della Costituzione, limitano di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini».

Lo sviluppo spinge a partire

Gio, 07/02/2019 - 10:30
È ancora recente, e niente affatto archiviata, la polemica che il vicepremier Luigi Di Maio ha scatenato contro la Francia, istituendo un collegamento tra sfruttamento neo-coloniale, impoverimento dell’Africa e fenomeni migratori. In sostanza sarebbe colpa delle politiche francesi se si sviluppano delle correnti migratorie che raggiungono l’Italia. La tesi del vicepremier ha raccolto un certo consenso, perché intercetta sentimenti anti-colonialisti e asseconda una credenza molto popolare: quella di un nesso diretto tra povertà e migrazioni. Qui non si entrerà nel merito delle responsabilità francesi ed europee in Africa, né delle motivazioni politiche del vicepremier, ma si cercherà invece di esporre qualche dato sul nesso tra povertà, sviluppo e migrazioni. In primo luogo, l’immigrazione in Italia e in Europa è prevalentemente europea. Sui 5,3-5,5 milioni di immigrati, nel nostro Paese gli africani sono soltanto 1,1 milioni, il 21,3% del totale. Per di più, provengono in buona parte dal Nord-Africa, non dall’Africa sub-sahariana, col Marocco in prima posizione (417.000), seguito dall’Egitto (120.000). Di Maio, come molti italiani, confonde sbarcati, rifugiati e immigrati. Da quattro anni l’immigrazione in Italia è sostanzialmente stazionaria, e dei pochi ingressi da Paesi extracomunitari la motivazione maggiore è quella familiare, non l’asilo. Poi ci sono i cittadini comunitari (1,5 milioni) che non hanno bisogno di nessun permesso, e che ovviamente non arrivano in barca. Rifugiati e richiedenti asilo sono cresciuti di numero da quando non possono più attraversare le Alpi verso nord, ma in tutto si tratta di circa 350.000 persone, meno del 7% del totale (Acnur/Unhcr, 2018). Se allarghiamo lo sguardo a livello mondo, scopriamo che i migranti internazionali (257 milioni) rappresentano appena il 3,4% della popolazione mondiale, anche tralasciando il fatto che i flussi vanno in diverse direzioni, e quelli Sud-Nord che più ci inquietano non arrivano a 150 milioni. Ora, i poveri del mondo purtroppo sono molto più numerosi: si stima che 902 milioni di persone vivano con meno di 1,90 dollari al giorno (ActionAid). Di questi quasi la metà (430 milioni, pari al 42,7%) si concentrano nell’Africa sub-sahariana, ma da lì partono relativamente pochi emigranti. Il punto è che i poveri e poverissimi dell’Africa e di altre regioni del mondo non hanno accesso alle risorse necessarie per partire e, soprattutto, per raggiungere il Primo mondo. Il rapporto tra povertà e migrazioni è un rapporto negativo: più si è poveri, meno si emigra, quanto meno a livello internazionale. Risorse poi significa risorse economiche, ma anche culturali e sociali: un’apertura di mente, delle conoscenze e delle aspirazioni che derivano soprattutto dall’istruzione; delle relazioni con chi è già riuscito a insediarsi e può fungere da un punto di appoggio, come ai tempi della grande emigrazione italiana. Gli africani a basso reddito raramente ne dispongono. I migranti internazionali nel mondo, come nel caso italiano, provengono prevalentemente da Paesi intermedi, e non dai Paesi più poveri in assoluto. Oggi inoltre a livello globale i maggiori Paesi di emigrazione sono anche Paesi che si stanno sviluppando: India (16,6 milioni di emigranti); Messico (13 milioni); Federazione Russa (10,6 milioni); Cina (10 milioni). Anche al netto del peso demografico di questi grandi Paesi, l’emigrazione accompagna lo sviluppo e non la miseria. In Paesi come questi più che altrove circolano delle risorse, maturano le conoscenze necessarie per affrontare l’emigrazione e si avverte maggiormente il peso delle disuguaglianze, anche per effetto della crescita dei livelli di istruzione. La selettività delle politiche migratorie contemporanee, ossia gli ostacoli che i nostri Paesi frappongono agli arrivi, alza l’asticella e rende più arduo l’arrivo dei più poveri. Per queste ragioni, gli studi di economia dello sviluppo spiegano che quando un Paese comincia a svilupparsi è molto probabile che per un primo non breve periodo l’emigrazione aumenti. Cresce infatti il numero delle persone che accedono alle risorse necessarie, mentre nello stesso tempo lo sviluppo favorisce l’istruzione, apre le menti, suscita nuove aspettative. Solo in un secondo tempo l’emigrazione rallenta fino a cessare o quasi, e infine un Paese può diventare attrattivo di immigrazione che viene dall’estero. È stata questa la parabola del nostro Paese, ma abbiamo impiegato un secolo. Infine, ragionamenti come quelli di Di Maio trasmettono una visione patologica delle migrazioni: come se fossero una malattia, la cui terapia sarebbe lo sviluppo e la guarigione sarebbe rappresentata dalla fine dei movimenti migratori. In realtà noi degli immigrati abbiamo bisogno per molti motivi, a cominciare dalle famiglie bisognose di aiuto per reggere i loro carichi assistenziali. Dobbiamo augurarci che cessino le migrazioni forzate, non la mobilità umana liberamente scelta e vantaggiosa per tutti.

Autonomia differenziata, dura presa di posizione unitaria. Un progetto che mina l'unità culturale del Paese

Mer, 06/02/2019 - 13:18
Dura presa di posizione dei sindacati confederali del comparto istruzione e ricerca (Flc CGIL, CISL FSUR, UIL Scuola RUA) che denunciano le gravi conseguenze legate al conferimento di maggiori poteri alle Regioni in materia di istruzione, come richiesto da alcune Regioni con le quali il Governo è in procinto di sottoscrivere le intese sulla concessione della cosiddetta "autonomia differenziata".
Un percorso che i sindacati, rivolgendosi al Governo, alle Commissioni Istruzione di Camera e Senato e ai Presidenti delle due Camere, chiedono di bloccare, rivendicando come indispensabile un ampio confronto nelle aule Parlamentari e nel Paese per salvaguardare il sistema di istruzione unitario che sta a cuore all'intera comunità nazionale.
"Quello che si ipotizza - scrivono Francesco Sinopoli, Maddalena Gissi e Giuseppe Turi -  non è un semplice decentramento amministrativo: siamo in realtà in presenza di un progetto di vera e propria devoluzione, che investirebbe in pieno il sistema scolastico del Paese, minando l’unità culturale della nazione, per dare vita a progetti formativi regionali e localistici ben al di là di quella giusta attenzione alle specificità territoriali che, già a sistema vigente, sono assicurati dall’autonomia scolastica prevista dalla stessa Costituzione". Il venir meno del carattere unitario e nazionale del sistema d'istruzione sarebbe, secondo i segretari generali dei sindacati scuola confederali, un vero e proprio tradimento del lavoro che quotidianamente la scuola svolge per promuovere in ogni angolo d'Italia l'effettivo esercizio del diritto allo studio e rafforzare la coesione della comunità nazionale.

Personale ATA, mobilità professionale. Richiesta incontro urgente al Ministro P.A.

Ven, 01/02/2019 - 18:31

La Cisl Scuola, attraverso una lettera unitaria predisposta ed inviata al Ministro della Pubblica Amministrazione insieme a Flc Cgil e Uil Scuola Rua, richiede un incontro urgente in merito all’applicazione - anche per quanto riguarda le aree e i profili del personale ATA della scuola - delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 25 maggio 2017 n. 75, in particolare per quanto riguarda le modifiche e integrazioni al comma 15 dell’art. 22 del decreto legislativo 165/2001 (valorizzazione delle competenze interne attraverso procedure selettive di mobilità professionale).

Gissi, pensioni: esodo da scuola di oltre 30 mila. Da questionario, prof lasciano per disamore e poca attenzione

Ven, 01/02/2019 - 18:04
"Nelle nostre sedi c'è grande affluenza di docenti che vogliono lasciare la scuola anticipatamente per difficoltà dal punto di vista professionale: l'esodo dalla scuola potrebbe superare le 30 mila unità". A dirlo è Maddalena Gissi, leader della Cisl scuola. Quest'anno sono state oltre 150 mila supplenze il prossimo saranno ancora di più. "La speranza è che si proceda celermente a nuovi concorsi e a dare risposte a coloro che hanno maturato esperienza e vanno stabilizzati", spiega Gissi. "Il sindacato ha proposto un questionario per capire il perché si accetta retribuzione minore, pur di lasciare la scuola: da quanto emerge prevalgono il disamore per una attività professionale che non è più gratificante e la scarsa attenzione da parte delle scelte politiche dei governi nei confronti del mondo della scuola". "E' un esodo discriminatorio: chi ha bisogno di lavorare ed è padre o madre di famiglia non potrà accedervi", conclude Gissi. (ANSA, 1° febbraio 2019)

Cessazioni dal servizio dal 1°.9.2019 a seguito disposizioni decreto-legge 4/2019

Ven, 01/02/2019 - 17:05
Il Miur ha emanato la nota prot. n. 4644 del 1° febbraio 2019 con la quale l'Amministrazione rende note le procedure per la presentazione della domanda di pensione da parte dei lavoratori dipendenti interessati dalle disposizioni concernenti:
  • QUOTA 100 - Conseguimento del diritto alla pensione anticipata al raggiungimento di un età anagrafica di almeno 62 anni e di un anzianità contributiva minima di 38 anni entro il 31 dicembre 2019
  • PENSIONE ANTICIPATA - Accesso alla pensione anticipata se risulta maturata un’anzianità contributiva di 41 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini entro il 31 dicembre 2019
  • OPZIONE DONNA - Le lavoratrici che entro il 31 dicembre 2018 hanno maturato un’anzianità contributiva pari o superiore a 35  anni e un’età pari o superiore a 58 anni.
PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA DI CESSAZIONE - POLIS I dirigenti scolastici, il personale docente e ATA, gli insegnanti di religione hanno facoltà di presentare domanda di cessazione e le eventuali revoche solamente in via telematica, attraverso Polis ("Istanze on line") dal 4 febbraio ed entro e non oltre il 28 febbraio 2019. Il personale in servizio all’estero ha facoltà di presentare domanda anche in modalità cartacea. DOMANDE DI PENSIONE Le domande di pensione devono essere inviate direttamente all’INPS, esclusivamente attraverso le seguenti modalità:
  • via WEB, se in possesso di un PIN INPS, di una identità SPID o di una Carta Nazionale dei Servizi (CNS) per l’accesso ai servizi telematizzati dell’Istituto;
  • Contact Center multicanale, chiamando da telefono fisso il numero verde gratuito 803164 o da telefono cellulare il numero 06 164164-, a pagamento in base al piano tariffario del gestore telefonico, se in possesso di PIN;
  • patronati e intermediari dell’Istituto, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi, anche se non in possesso di PIN.

APE SOCIALE, PENSIONE ANTICIPATA PER I LAVORI GRAVOSI E PER I LAVORATORI PRECOCI I lavoratori interessati, dopo aver ottenuto la certificazione del riconoscimento da parte dell’INPS, potranno presentare la domanda di cessazione dal servizio con modalità cartacea con effetto dal 1° settembre 2019.

Richiesta unitaria di incontro al Miur su Esami Stato scuola secondaria II grado

Ven, 01/02/2019 - 16:53
La Cisl Scuola, attraverso una lettera unitaria predisposta ed inviata al Miur insieme a Flc Cgil e Uil Scuola Rua, richiedono un incontro urgente al fine di sottoporre all’Amministrazione le numerose criticità che stanno emergendo nella prima fase di attuazione della riforma degli Esami di Stato conclusivi del corso di studi di scuola secondaria di II grado. Numerose e importanti novità, infatti, arrivano ad anno scolastico inoltrato, nella fase conclusiva del percorso didattico degli studenti, determinando disorientamento e difficoltà di adeguamento delle indicazioni ministeriali ai contesti organizzativi, metodologici e didattici già strutturati, funzionali a piani formativi - programmati da lungo tempo dalle scuole - che ora si trovano nella fase conclusiva di realizzazione.

Obblighi vaccinali, audizione presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato

Gio, 31/01/2019 - 18:13
Si è svolta oggi, 31 gennaio, un’audizione informale presso la Commissione 12a (Igiene e Sanità) del Senato della Repubblica sul D.D.L. 770 (sen. Patuanelli e altri) in materia di prevenzione vaccinale. I proponenti si prefiggono sostanziali modifiche a quanto previsto dal decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2017, n. 119, recante «Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale, di malattie infettive e di controversie relative alla somministrazione di farmaci». Come è noto, la questione ha riflessi di grande rilevanza sulla gestione delle attività scolastiche e per le responsabilità di cui possono essere investiti i dirigenti scolastici nell’affrontare le situazioni di inadempienza agli obblighi vaccinali. Questioni che la CISL Scuola ha ripetutamente sollevato stigmatizzando l’affidamento alle scuole di funzioni improprie di vigilanza, riscontro e controllo ai fini del rispetto degli obblighi vaccinali, attività che esulano dai compiti assegnati dall’ordinamento alle istituzioni scolastiche.
La memoria depositata nel corso dell’audizione riprende tali argomentazioni, affrontando nel contempo la questione della frequenza alle attività scolastiche, rispetto alla quale si ribadisce la priorità da assegnare all’accoglienza degli alunni, ritenendo peraltro ingiustificato e illogico, in riferimento alla natura del servizio svolto dalla scuola dell’infanzia, il trattamento previsto per i suoi scolari, diverso da quello riservato agli alunni della scuola dell’obbligo.
La CISL Scuola, esprimendo piena condivisione della finalità indicata nel DDL, volta a promuovere un’ottimizzazione delle coperture vaccinali, mettendo in campo tutte le azioni, anche a carattere informativo e formativo, necessarie per contrastare la riluttanza nei confronti dei vaccini, evidenzia la difficile praticabilità di soluzioni che sembrano tenere poco conto delle particolari condizioni logistico organizzative in cui si svolge concretamente l’attività scolastica, tanto che alcune di esse sono destinate a rivelarsi del tutto impraticabili. Meglio sarebbe assumere come priorità, verso la quale indirizzare il massimo impegno, quella di assicurare la maggior estensione possibile della platea degli alunni vaccinati.

Sarà in piazza San Giovanni la manifestazione del 9 febbraio a Roma di CGIL, CISL e UIL

Mer, 30/01/2019 - 19:45
La previsione di un'elevata affluenza alla manifestazione di sabato 9 febbraio ha indotto le Confederazioni a spostarne il luogo di svolgimento, inizialmente individuato in piazza del Popolo. La scelta è caduta su Piazza S. Giovanni, che i manifestanti raggiungeranno in corteo partendo - come già era previsto - da piazza della Repubblica, dove il raduno comincerà attorno alle ore 9. Saranno i tre segretari generali Maurizio Landini (CGIL), Annamaria Furlan (CISL) e Carmelo Barbagallo (UIL) a chiudere con i loro interventi la manifestazione
Nel frattempo è stato diffuso da CGIL, CISL e UIL un "volantone" che ne illustra in dettaglio contenuti e obiettivi.
#FuturoalLavoro è lo slogan che caratterizza l'iniziativa dei sindacati.

APE Sociale prorogata anche per il 2019. Come avvalersene

Mer, 30/01/2019 - 17:12
Con il Messaggio 402 del 29 gennaio l'INPS comunica la riapertura delle domande per il riconoscimento delle condizioni per l'accesso all'APE SOCIALE, forma di anticipo pensionistico (da cui l’acronimo APE) introdotta in via sperimentale dalla legge di bilancio per il 2017 (Legge 11 dicembre 2016, n. 232), sperimentazione prorogata per l'anno 2019 dal Decreto Legge n.4/2019 contenente i nuovi requisiti in materia di previdenza. La proroga riguarda unicamente l’APE SOCIALE, modalità nella quale l’indennità che sostituisce il trattamento di pensione, corrisposta per dodici mesi all’anno fino alla maturazione del diritto a pensione di vecchiaia, è a totale carico dello Stato e non comporta dunque alcuna restituzione, come invece era previsto per l’anticipo volontario.
L’APE SOCIALE presuppone però la sussistenza di particolari condizioni legate alla situazione personale e/o familiare, di cui si dirà più avanti.
Dal 29 gennaio, data di entrata in vigore del decreto legge 4/2019, è possibile presentare domanda all'INPS per il riconoscimento del diritto a fruire dell'Anticipo Pensionistico per coloro che maturano nel corso del 2019 le condizioni previste, nonché per coloro in quali, pur essendo in possesso dei requisiti già negli anni precedenti, non hanno ritenuto finora di avvalersene.
Per poter cessare dal servizio è necessario rivolgere apposita istanza al MIUR, che tuttavia potrà essere presentata solo dopo aver ricevuto dall'INPS la comunicazione di avvenuto riconoscimento del diritto di accesso all’APE.
Sulle modalità e la tempistica delle domande di cessazione dal servizio alle condizioni sopra accennate, il MIUR fornirà sicuramente indicazioni puntuali nella Circolare di prossima pubblicazione con la quale si riapriranno i termini per la presentazione delle domande di cessazione, alla luce delle novità introdotte dal D.L. 4/2019 ("Quota 100").
Ricapitoliamo in ogni caso i requisiti per il riconoscimento del diritto a fruire dell'indennità erogata in sostituzione del trattamento di pensione. Oltre ad avere compiuto i 63 anni di età, occorre trovarsi in una delle seguenti condizioni:
  • Personale che assistono, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente con handicap in situazione di gravità, e sono in possesso di almeno 30 anni di anzianità contributiva
  • Personale con riduzione della capacità lavorativa uguale al 74 per cento e in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 30 anni
  • Lavoratori dipendenti che svolgono lavori gravosi da almeno sette anni negli ultimi dieci ovvero almeno 6 negli ultimi sette e posseggono un’anzianità contributiva di almeno 36 anni. Vi è compreso il personale docente nella scuola dell'infanzia.
NB: ai fini del riconoscimento dell’indennità, i requisiti contributivi richiesti  sono ridotti, per le donne, di 12 mesi per ogni figlio nel limite massimo di due anni.

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